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martedì 5 aprile 2016

Il mistero del cranio di 20 mila anni fa

L'archeologia si trova spesso di fronte a scoperte che suscitano non pochi dubbi e altrettante domande. Da esse spesso non nascono certezze ma nuovi interrogativi che riguardano l'uomo, le sue origini e la sua evoluzione. Quali sono i misteri che si celano dietro il ritrovamento di un cranio di 20 mila anni fa?

Nel 1970 in Kenya, e precisamente sulla Lukenya Hill, fu ritrovato un cranio di circa 20 mila anni fa, che è stato conservato presso il Museo Nazionale del Kenya a Nairobi, ma che alla luce delle ultime analisi effettuate dal dottor Christian Tryon, archeologo del Peabody Museum, e i colleghi dell’Università di Harvard, ha evidenziato dei particolari davvero stupefacenti.



Anatomicamente il cranio è quello di un uomo moderno, ma le sue caratteristiche sono molto diverse da quelle dei crani dello stesso periodo già trovati in Europa e in Africa. «Non somiglia a niente di conosciuto, mostrando la perdita di una diversità originale», spiega Tryon. «Probabilmente si tratta di una stirpe estinta». I risultati di Tryon e colleghi sono stati pubblicati sulla rivista della National Academy of Sciences.

Rispetto ai crani dei Neanderthal, ai crani degli umani moderni e ad altri resti umani fossilizzati, questi  resti mostrano dimensioni notevolmente diverse. Il cranio apparteneva certamente ad un Homo Sapiens vissuto durante l’ultima era glaciale e, tuttavia, molto diverso da quello dei suoi simili europei e africani.

«Non ci sono prove sufficienti per dire che il fossile rappresenta una sottospecie di Homo Sapiens», precisa Tryon. La scoperta suggerisce la presenza di una grande diversità umana nell’Africa preistorica, con la conseguente ramificazione di stirpi umane che non esistono più nei tempi moderni.

Lo studio di Tryon, insieme a molti altri esami condotti su fossili umani di provenienza preistorica, sta sollevando nuove domande circa le teorie consolidate sull’evoluzione e la storia degli esseri umani moderni, suggerendo che potrebbero esistere specie non ancora catalogate.

giovedì 24 aprile 2014

Come è nata la teoria della Scimmia acquatica | Varie

Come è nata la storia della teoria della “scimmia acquatica”? Le radici di questa teoria si perdono nel  1942, quando il biologo tedesco Max Westenhofer, in un suo libro, ipotizzò che i primissimi stadi dell’evoluzione umana fossero avvenuti in prossimità dell’acqua. Ecco cosa scrisse: “Postulare un modo di vita acquatico in una fase precoce dell’evoluzione umana è un’ipotesi sostenibile, per la quale si possono produrre ulteriori indagini e elementi di prova”. In realtà la paternità della teoria appartiene al biologo marino Alister Hardy che, già nel 1930, aveva ipotizzato che gli esseri umani potessero aver avuto antenati acquatici.

Egli però, divulgò questa teoria nel 1960 in occasione di un discorso tenuto al British Sub-Aqua Club di Brighton. Secondo questa tesi, un gruppo di scimmie primitive, costrette dalla concorrenza con i propri simili e dalla scarsità di cibo, si spinse fino alle sponde del mare per andare a caccia di crostacei, molluschi, ricci di mare, ecc., nelle acque poco profonde al largo della costa. Il biologo suppone che questa specie di proto-scimmie acquatiche, spinte dalla necessità di rimanere sott’acqua per diverso tempo – proprio come è capitato per molti altri gruppi di mammiferi – si sia adattata all’ambiente acquatico fino a rimanere in acqua per periodi relativamente lunghi, addirittura in maniera definitiva. Hardy esplicitò definitivamente le sue idee in un articolo apparso su New Scientist il 17 Marzo 1960. Con la pubblicazione dell’articolo, la teoria godette di un certo credito per diverso tempo, ma poi fu progressivamente ignorata dalla comunità scientifica. Fu Desmond Morris, nel suo libro “La Scimmia Nuda“, in cui si trova per la prima volta l’utilizzo del termine “scimmia acquatica”, a rispolverare la tesi di Hardy e la scrittrice Elaine Morgan, dopo aver letto il libro di Morris, divenne la principale sostenitrice e promotrice della teoria. E fu proprio Elaine, a dedicare 6 libri alla divulgazione dell’ipotesi di Hardy. Nel 1987, si tenne un simposio scientifico a Valkenburg, Olanda, per discutere la validità della teoria della Scimmia Acquatica. Dagli atti del convegno,  pubblicati nel 1991 con il titolo “Aquatic Ape: Fact or fiction?” (Scimmia acquatica: realtà o finzione?),  si evince che gli scienziati non se la sentirono di sostenere l’idea che gli antenati dell’uomo fossero acquatici, ma che vi sarebbero alcune prove in merito allo sviluppo dell’abilità natatoria per alimentarsi nei fiumi e nei laghi, con il risultato che l’homo sapiens moderno può godere di brevi periodi di tempo in apnea. Questa è solo una delle versioni “deboli” della teoria, utilizzata dai ricercatori per spiegare alcune caratteristiche umane che gli scienziati non sono ancorain grado di spiegare concretamente, quali la perdita del pelo cutaneo, la capacità di apnea, il grasso sottocutaneo e la capacità istintiva a nuotare dei neonati. Sebbene l’ipotesi della Scimmia Acquatica spieghi abbastanza bene il sorgere di queste caratteristiche, la maggior parte dei paleoantropologi tende a rifiutare la teoria, non accettandola tra le principali spiegazioni dell’evoluzione umana. Una lettura estrema della teoria di Hardy ha portato alcuni ricercatori indipendenti a ipotizzare l’esistenza attuale, di umanoidi acquatici intelligenti che vivono in società complesse nel fondo dell’oceano. L’esistenza di queste timide creature sarebbe all’origine delle leggende sulle sirene, decantate anche da Omero nella sua Odissea. Ma è possibile ipotizzare l’esistenza di questi Umanoidi Acquatici? Potrebbero esserci delle prove?
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